Sunday, February 8, 2009

Saturday, February 7, 2009

La forza degli italiani all'estero


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! di Stefano Adami
adami@ragionpolitica.it
venerdì 06 febbraio 2009


Il recente caso degli operai inglesi in sciopero contro l'assunzione, nelle loro aziende, di maestranze italiane ha interessanti risvolti. Da una parte, infatti, colpisce la notizia in sé: il fatto che gruppi di lavoratori di quello che era considerato un paese della «prima fascia produttiva» europea protestino, intimoriti, contro l'assunzione di altri «colleghi» europei è infatti notevole, e dice molto riguardo al contesto economico dell'Inghilterra di questi giorni. Sulla stampa inglese si sono susseguiti annunci di una possibile e rapida assunzione dell'euro come divisa al posto del pound, come se questa fosse la magica soluzione di tutto.

Dall'altra, il fatto è molto eloquente in particolare sulla situazione degli italiani all'estero. Nei decenni, infatti, la già notevole presenza dei nostri concittadini all'estero - in Europa, e fuori d'Europa - è stata sempre più rilevante. L'Italia ha una tradizione secolare in questo senso, a cominciare da John Florio, che insegnava l'italiano alla famiglia reale nella Londra del '500, e da Lorenzo Da Ponte, il librettista di Mozart, che tempo dopo aprì nella capitale inglese una piccola, e popolarissima, libreria italiana, e finì per fondare L'Opera di New York. Quegli italiani che si trovano oggi a lavorare in ogni angolo del mondo sono dunque, di fatto, successori ed eredi di Florio, di Da Ponte, e di tanti altri ancora. Nel contesto internazionale, infatti, l'Italia è un piccolo paese, di cui però si parla sempre comunemente con il senso del pittoresco e con una certa condiscendenza. «Cose italiane», si dice. «Cose possibili solo in Italia». «Ah, l'Italia!».

Ma se si guarda bene, si vede che l'Italia è un piccolo paese solo dal punto di vista geografico. Dal punto di vista culturale e spirituale, infatti, è immenso. E se l'immagine dell'Italia all'estero è diversa da quella condiscendenza e da quel pittoresco, cioè è anche dovuto ai tecnici, ai professionisti, agli operatori italiani che ogni giorno si guadagnano la stima, la considerazione ed il rispetto delle aziende e istituzioni estere in cui lavorano. Concentrando anche, per riflesso, questa stima e questo rispetto sul paese da cui provengono ed in cui si sono formati. Basti pensare che una recente ricerca della società Ernst & Young sui paesi che attraggono investimenti dall'estero ha mostrato che molti degli investitori e dei manager stranieri sostengono che motivi di preferenza nell'investire in Italia sono la lingua e la cultura (76%) e la qualità della vita (80%).

In gran parte l'Italia deve quindi, di fatto, l'esportazione della sua immagine e del suo stile all'estero proprio a questi gruppi di italiani sparsi per il mondo. Questi gruppi non dovrebbero essere lasciati soli. Il voto agli italiani all'estero dovrebbe essere solo il primo passo. Il radicamento e le esperienze professionali ed umane di gruppi di italiani all'estero, infatti, sono una infinita ricchezza per l'Italia. Esperienze che l'Italia dovrebbe recuperare e curare, per mantenere poi un rapporto costante e continuo. Perché gli italiani all'estero sentano quotidianamente che dietro di loro c'è un paese. Un paese che li rappresenta e che loro, con le loro eccellenze, rappresentano.

Thursday, January 22, 2009

UNIVERSITA'/ Il dibattito sul decreto Gelmini: valutazione della ricerca e importanza dei criteri "oggettivi"

giovedì 22 gennaio 2009

In merito al problema di come valutare l’attività dei docenti universitari, tema caldo emerso dopo l’approvazione del decreto Gelmini sull’università e recentemente affrontato in alcuni interventi su questo giornale, ultimo dei quali quello a firma del prof. Maggioni, vorrei spendere qualche parola in più sul tema dei criteri di valutazione della ricerca accademica.

Brevemente, questi criteri valutano le pubblicazioni realizzate in ambito accademico. Quando un processo di ricerca arriva ad un livello di maturazione tale da ottenere un risultato innovativo, si è soliti pubblicarne i risultati su riviste specializzate, di solito di prestigio internazionale. I suddetti criteri valutano il numero e la qualità delle pubblicazioni accademiche con lo scopo di fornire una valutazione in sede di assunzione (o di passaggio di livello) nelle carriere accademiche.

Nell’articolo del prof. Maggioni, forse nel riconoscere un unilaterale ed eccessivo entusiasmo da parte di molti commentatori verso questo tipo di criteri, l'autore sbilancia forse troppo la sua opinione verso criteri soggettivi, ponendo l'accento sulle possibili falle inerenti questa valutazione “bibliometrica”.

A sostegno di ciò, viene dimostrato, attraverso alcuni esempi, il fatto che ci sia la possibilità che si creino meccanismi clientelari nel caso in cui si adottino questi criteri bibliometrici. Diversi i casi che vengono contemplati: uno su tutti, il fatto che un tipo di indicatore bibliometrico potrebbe incoraggiare una ricerca di tipo “superficiale” con eventuale “incremento di coautorship, ripetizione di risultati”.

Vogliamo qui precisare che ciò in realtà è molto difficile che avvenga, soprattutto quando si stia parlando di pubblicazioni su riviste internazionali, accreditate come ambiente privilegiato per presentare una ricerca di qualità.

Per capirne il motivo, è necessario entrare nel merito di come queste riviste internazionali arrivano alla decisione di pubblicazione di un articolo. È necessario un rigoroso processo di revisione: i responsabili della rivista, una volta ricevuto l'articolo sottomesso per la pubblicazione, lo inviano ad un pool di revisori sparsi per il mondo. Questi revisori hanno lo scopo di valutare la qualità tecnica, l'attualità della ricerca presentata e il contributo innovativo rispetto ad articoli esistenti. Soprattutto da questo ultimo aspetto, è chiaro che la rivista sarà un primo filtro per evitare di ottenere pubblicazioni ripetute. Di solito questo processo è più rigoroso quanto più la rivista è prestigiosa. Il prestigio di una rivista viene valutato da una serie di cosiddetti Impact Factors (IF), ovvero di numeri che hanno lo scopo di dare un ranking di quella tal rivista. Esistono delle associazioni mondiali che recensiscono delle liste di impact factors per tutte le riviste esistenti in vari settori sulla base di criteri statistici riconosciuti come validi da tutte le comunità.

Coloro che criticano questa impostazione, sostengono che un eccessivo uso di questi criteri potrebbe favorire una certa co-autorship (ovvero, come dice ancora Maggioni nel suo articolo, porterebbe a dire “ti aggiungo come co-autore se tu aggiungi me”). L’esempio riportato, però, pecca a mio avviso di superficialità. Succede spesso che chi ha effettivamente lavorato su un articolo è di solito uno dei primi autori, di solito proprio il primo. Questo contribuisce tantissimo (ad esempio nel sistema di valutazione americano) a far capire il prestigio di quel tal ricercatore, o se sia solamente un co-autore. Quindi anche su questo spetto ci sono già dei meccanismi per dare una certa trasparenza ai criteri oggettivi basati sulla bibliografia. In sede di valutazione, quindi, sarà semplicemente necessario tenere in maggiore considerazione coloro che compaiono come primi autori.

Concludendo, è il caso di dire che i criteri oggettivi sono ad oggi un buonissimo indice di valutazione, perché, tenendo conto di una totalità di fattori sopra elencati, forniscono un metodo chiaro e trasparente per approcciare quel tal studioso sulla base delle sue “opere”, e capire meglio le sue capacità. I criteri oggettivi, per come ho dettagliato sopra, forniscono una specie di “carta tornasole”, sono cioè un primo metodo di indagine a cui far seguire un metodo più “soggettivo”, di conoscenza personale.

Il punto di una riforma vera e di qualità del sistema accademico deve invece concentrarsi sul “come” questi dati vengono pesati in sede di esame o di valutazione. Questo è un tema molto interessante, su cui sarebbe interessante dibattere.