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| venerdì 06 febbraio 2009 | |
| Il recente caso degli operai inglesi in sciopero contro l'assunzione, nelle loro aziende, di maestranze italiane ha interessanti risvolti. Da una parte, infatti, colpisce la notizia in sé: il fatto che gruppi di lavoratori di quello che era considerato un paese della «prima fascia produttiva» europea protestino, intimoriti, contro l'assunzione di altri «colleghi» europei è infatti notevole, e dice molto riguardo al contesto economico dell'Inghilterra di questi giorni. Sulla stampa inglese si sono susseguiti annunci di una possibile e rapida assunzione dell'euro come divisa al posto del pound, come se questa fosse la magica soluzione di tutto. Dall'altra, il fatto è molto eloquente in particolare sulla situazione degli italiani all'estero. Nei decenni, infatti, la già notevole presenza dei nostri concittadini all'estero - in Europa, e fuori d'Europa - è stata sempre più rilevante. L'Italia ha una tradizione secolare in questo senso, a cominciare da John Florio, che insegnava l'italiano alla famiglia reale nella Londra del '500, e da Lorenzo Da Ponte, il librettista di Mozart, che tempo dopo aprì nella capitale inglese una piccola, e popolarissima, libreria italiana, e finì per fondare L'Opera di New York. Quegli italiani che si trovano oggi a lavorare in ogni angolo del mondo sono dunque, di fatto, successori ed eredi di Florio, di Da Ponte, e di tanti altri ancora. Nel contesto internazionale, infatti, l'Italia è un piccolo paese, di cui però si parla sempre comunemente con il senso del pittoresco e con una certa condiscendenza. «Cose italiane», si dice. «Cose possibili solo in Italia». «Ah, l'Italia!». Ma se si guarda bene, si vede che l'Italia è un piccolo paese solo dal punto di vista geografico. Dal punto di vista culturale e spirituale, infatti, è immenso. E se l'immagine dell'Italia all'estero è diversa da quella condiscendenza e da quel pittoresco, cioè è anche dovuto ai tecnici, ai professionisti, agli operatori italiani che ogni giorno si guadagnano la stima, la considerazione ed il rispetto delle aziende e istituzioni estere in cui lavorano. Concentrando anche, per riflesso, questa stima e questo rispetto sul paese da cui provengono ed in cui si sono formati. Basti pensare che una recente ricerca della società Ernst & Young sui paesi che attraggono investimenti dall'estero ha mostrato che molti degli investitori e dei manager stranieri sostengono che motivi di preferenza nell'investire in Italia sono la lingua e la cultura (76%) e la qualità della vita (80%). In gran parte l'Italia deve quindi, di fatto, l'esportazione della sua immagine e del suo stile all'estero proprio a questi gruppi di italiani sparsi per il mondo. Questi gruppi non dovrebbero essere lasciati soli. Il voto agli italiani all'estero dovrebbe essere solo il primo passo. Il radicamento e le esperienze professionali ed umane di gruppi di italiani all'estero, infatti, sono una infinita ricchezza per l'Italia. Esperienze che l'Italia dovrebbe recuperare e curare, per mantenere poi un rapporto costante e continuo. Perché gli italiani all'estero sentano quotidianamente che dietro di loro c'è un paese. Un paese che li rappresenta e che loro, con le loro eccellenze, rappresentano. |
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